martedì 8 febbraio 2011


Quella volta a Milano con Cesare Rubini…

Correva l’anno 1999, preistoria cestistica triestina se si pensa che i virgulti allenati da Luca Banchi, in serie A1, calcavano le tavole parchettate del Palamazda di Milano per affrontare l’Adecco di coach Crespi, un’accozzaglia di giocatori strapagati come Rusconi, americani rivedibili come Lollie Cooper o Lee Nailon, e italiani di valore come Portaluppi e Michelori; l’occasione è propizia per lavorare come cronista, e nel contempo incontrare un “mostro sacro” della pallacanestro, Cesare Rubini da Trieste.
L’immagine ce l’ho davanti agli occhi: in un semi-deserto palazzetto prima del match (alla palla a due non si conteranno tanti spettatori di più), seduto sulle tribune, vestito elegante ma con tratti casual con l’immancabile gilet sotto la giacca, il Principe puntuale attende il nostro arrivo probabilmente come gli “ennesimi rompiballe” che ricalcheranno la carriera tracciando l’epitaffio giornalistico sportivo prima del tempo. Invece, tipico “marchio” degli sportivi veri, il suo tono è confidenziale e schietto, incalza prima ancora di essere incalzato, e lo fa percorrendo in maniera mai banale la luminosa “Croisette sportiva”, da giocatore di pallacanestro e contemporaneamente di pallanuoto (Hall of Fame in entrambe le discipline), allenatore impareggiabile e uomo dal carisma palpabile.
Il suo ricordo di Trieste (città Natale ndr.), ha le tinte forti di chi ha adorato la culla natia ma che non accetta il suo immobilismo, con il cinismo di chi è nato il 2 Novembre e forse un po’ DNA dei milanesi, ha percorso l’epoca del pionierismo sportivo fatto di innumerevoli aneddoti fuori dalla realtà per i giorni nostri, anche quelli che raccontavano di rinunce di partite di basket per andare a pallanuoto e viceversa, e parliamo dei massimi livelli sportivi!
La stessa innata facilità nel fare sport si traduceva nelle parole dette lente, accentate ma decise su dissertazioni tecniche riferite ai giorni nostri, sulla mancanza di quel romanticismo ucciso dai soldi, sulla tragica gestione della pallacanestro ai vertici; un uomo allergico ai luoghi comuni, in 30 minuti di intervista non è mai scaduto nei pietismi dei miti ormai decaduti, l’orgoglio di quello che ha fatto e che ha vinto si leggeva nella fierezza dell’evitare le autocitazioni alla memoria, nel modo austero da “encefalogramma piatto” nel ricordare emozioni che a molti sarebbero il tormentone di una vita….
La stretta di mano prima di lasciarci è stato un momento indelebile per chi si “nutre” di gente come Cesare Rubini, il pensiero che ora non c’è più la convinzione di aver incrociato per pochi attimi la storia dello sport!
Grazie Cesare Rubini….grazie Principe!

Raffaele Baldini

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